La mia esperienza nella promozione attiva come fumettista indipendente, dal 2020 ad oggi.
Era il 2016 quando decisi di gettarmi a capofitto in uno dei progetti più complessi e impegnativi della mia vita. Una serie di fantascienza completamente autoprodotta, una storia profonda e stratificata che avrebbe assorbito gran parte, se non tutte, le mie energie.
Quattro anni dopo, nel covidissimo 2020, feci un secondo grande passo: autopubblicarmi e fare promozione attiva. Avevo già pronto in digitale tre numeri di Futura e il primo era addirittura stato stampato. Avevo fatto un breve corso di Google sul digital marketing, avevo creato da zero il mio sito web con newsletter annessa, e poi pagina Facebook, Instagram, e partecipai alla mia prima piccola fiera del settore.
Siamo nel 2025 e sono passati ben cinque anni di promozione attiva e a tratti spericolata. Molte idee le ho abbandonate, altre sono fallite miseramente, altrettante danno ancora qualche segno di speranza. Eppure, dopo anni, la sensazione è ancora quella di non essermi mosso di un millimetro. Ed è incredibilmente frustrante.
Quello che avrei voluto sentire quando ho cominciato.
Se sei un autore, artista o creatore di contenuti, sai quanto sia difficile farsi vedere online.
Qualche anno fa avevo già scritto un post sul Self Publishing per fumettisti, una sorta di vademecum sulle buone pratiche da seguire (che sono ancora validissime), ed è ancora uno degli articoli più letti di questo piccolo sito.
Con questo post però voglio condividere la mia esperienza onesta e sul campo dopo ben cinque anni a sbattere la testa contro il muro. Analizzeremo il perché i social media sono diventati una trappola per molti di noi, e vorrei condividere quale può essere l’unica vera soluzione a lungo termine per costruire una connessione autentica con il proprio pubblico.
Insomma, l’esperienza di cinque anni sul campo riassunta in un comodissimo post di un blog.
Quello che forse avrei voluto leggere io un po’ di tempo fa.
Il delirio dei social network: Facebook & Instagram.
Non diciamo baggianate, con Facebook prima e Instagram poi moltissimi artisti ci hanno costruito una carriera. C’è stata l’epoca delle pagine con migliaia di followers e commenti, i gruppi di appassionati di fumetti sempre alla ricerca di nuovi talenti, e un instagram che con una foto ti catapultava nel mondo sotto gli occhi di tutti.
Io sono uno di quelli che non è mai riuscito a capire fino in fondo come gestire una di queste pagine. Un po’ perché sono arrivato tardi. Tardi nel senso che, quando queste piattaforme erano al loro TOP, io non avevo ancora preso una direzione artistica chiara e precisa. Ma d’altronde nessuno se la prendeva con eccessiva ansia: i social erano nati da poco, ogni anno si iscrivevano sempre più persone, bisognava solo avere pazienza perché il successo era dietro l’angolo!
Sbagliato.
Perché poco tempo dopo i social sono cambiati in maniera fin troppo repentina. Prima con l’assurdo algoritmo che decide al posto tuo quali sono gli argomenti più importanti per te in quel momento. Poi con l’invasione delle pubblicità, i post a pagamento, e infine la pratica peggiore di tutte: pagare per farsi vedere dai propri iscritti.
Quando Instagram cambiò pelle e pure filosofia…
Ho cancellato Facebook da un bel po’ ormai, e devo dire che la mia vita è decisamente migliorata. Ma Instagram, cavolo! Doveva essere la piattaforma principale per chi lavora con le immagini, una via di mezzo tra il portfolio alla DeviantArt e una pagina personale alla Tumblr. E invece? Prima le stories e poi i reel, Instagram si è trasformata in un pantano frustrante e manipolatore. Farsi vedere dai propri followers è impossibile, a meno di scendere a patti con quello che la piattaforma vuole che tu faccia: video, video, e ancora video per fare concorrenza a Tik Tok. Non solo, devono essere di una certa lunghezza e formato. No, abbiamo aumentato di altri 2 minuti, adesso devi farne molto più lunghi.
D’accordo Zuck, ma io faccio fumetti, se condivido un post classico con una vignetta del mio fumetto?
“Fallo pure, ma tanto non te lo vedrà nessuno”, mi risponde lui. Ed è quello che succede puntualmente.
…ma alla fine non è cambiato niente.
Ora, ne ho viste tante in questi anni su Instagram. Artisti che cancellavano platealmente il profilo in nome di una qualche dignità umana, per poi ritornare con la coda tra le gambe dalla finestra. Oppure finte diaspore di artisti che si muovevano verso l’ennesimo social clone di turno con la speranza della terra promessa e della totale libertà dall’algoritmo, per poi scoprire che il grande pubblico (QUELLO DEI NUMERI) non si era mosso di un millimetro e quindi tornare mestamente sui propri passi. Magari in attesa del nuovo social che ancora nessuno ha creato.
Eppure siamo ancora tutti lì. A darci le gomitate, a sperare che l’algoritmo finalmente ci dia una mano nel farci conoscere ad altri potenziali followers. O magari pagare per entrare in concorrenza con multinazionali dal budget con qualche zero in più.
“Non hai capito Leo, puoi selezionare ESATTAMENTE il tuo pubblico target con pochi euro”, risponde Zuck dalla cucina, mentre prepara i suoi soliti pancake al succo d’acero.
Verissimo Zuck, ma torniamo al punto sopra. Anche se i followers aumentano ma decidi di mostrare i miei post solo al 5% del mio pubblico, siamo punto e a capo.
La mia breve esperienza su YouTube.
Se Meta de facto mi obbliga a fare video, tanto vale che faccia video per una piattaforma nata apposta per quello.
Rispetto ai corrispettivi Meta, Youtube ha un enorme vantaggio: i video sono indicizzati sui motori di ricerca.
Se fai un video per Facebook e Instagram questo avrà l’aspettativa di vita di una farfalla. Tempo due giorni e avrà completato il suo arco vitale, e risulterà pressoché invisibile, a meno che qualcuno non vada espressamente a cercarlo nella tua pagina profilo (ovviamente pagina profilo incasellata con contenuti in ordine cronologico, voglio vederti andare a spulciare un singolo video di uno o due anni prima). È un sistema chiuso creato a tavolino per obbligarti a realizzare sempre nuovi contenuti, anche ripetendo lo stesso argomento, una specie di girone dantesco dove sei obbligato a postare e postare per rimanere dietro all’algoritmo.
Un video youtube ha invece un arco vitale potenzialmente infinito. Questo perché è un sistema “aperto”, ossia i suoi contenuti si possono trovare anche semplicemente cercando in un motore di ricerca, senza necessariamente entrare nella piattaforma.
Quando ho iniziato a fare video su Youtube avevo in mente questo preciso meccanismo, lontano dalla mente malata di Zuck.
Quello che YouTube pretende da te.
Ciò nonostante, devo dire che, ancora adesso, la creatura di Google è ancora la migliore piattaforma social attualmente in circolazione.
Eppure ci sono dei grossi contro anche qui.
Il principale problema di questa piattaforma non è la piattaforma in sé, ma quello che i suoi utenti ormai si aspettano da essa. Perché sì, per approcciare youtube devi prenderlo praticamente come un lavoro a tempo pieno.
Quello che dei potenziali followers ti chiedono è:
- Costanza. Un video a settimana deve essere il minimo.
- Lunghezza. Deve essere lungo, ma non troppo. La lunghezza preferita sta intorno ai 15-20 minuti.
- Di qualità ottima, se non professionale, soprattutto a livello di audio.
- Produrre contenuti monotematici, ma senza entrare troppo nella nicchia.
- …e meglio se parlano delle mode del momento.
Capiamo bene che per raggiungere alcuni di questi punti è necessario investire una quantità di tempo, risorse ed energie davvero fuori dal comune. Ho fatto video per un anno e mezzo circa, realizzandone 57 (nel momento in cui sto scrivendo questo articolo). Non posso dire che non mi sia divertito, e che in alcuni momenti mi abbia anche dato delle soddisfazioni…
A un certo punto però un fumettista indipendente come me deve fare i suoi conti e chiedersi: ne vale davvero la pena?
Sei un fumettista o uno youtuber?
La risposta è NI. Ne vale davvero nel momento in cui si ragiona sul creare una community, mostrare la faccia, mettersi in gioco. è certamente più empatico per un follower vedere un video in cui il tuo fumettista preferito parla e mostra il faccione, che un post su instagram dell’ultima vignetta che hai appena finito di inchiostrare. Su questo nessuno penso voglia discuterne.
…Ma se le condizioni per aumentare followers, lettori e quant’altro sia dedicare tutto il tuo tempo a una singola piattaforma di comunicazione, quello no. Purtroppo risulta inaccettabile.
“scusami Leo, ma tu sei un fumettista o uno yotuber?”, mi chiede Zuck dal divano. Appoggia i piedi su un piccolo puf ancora sporco dai resti delle patatine del giorno prima.
Eppure Zuck ha ragione, perché alla fine è questa la grande domanda che prima o poi si deve affrontare. I più scaltri diranno che ci sono molti fumettisti che fanno anche youtube serenamente e pubblicano con case editrici…
NO. Sono prima di tutto Youtuber, e che poi fanno i fumettisti. La differenza è abissale, basta vedere la qualità dei fumetti che fanno.
Quindi, se mi si pone un bivio chiedendomi se voglio prima di tutto fare fumetti oppure intrattenere la gente con video su Youtube, la mia risposta non devo nemmeno commentarla.
Significa che smetterò con Youtube? No, non ho detto questo. Ma va gestito in una maniera completamente diversa e molto più strategica…ma ne parliamo più avanti.
Fiere, CoseaCasoComics ed eventi del settore.
Il discorso fiere va preso con le dovute precauzioni.
Parliamoci chiaro, frequentare le fiere del settore, conoscere gente nuova, vedere cosa fanno i colleghi, imparare a organizzare il proprio banchetto, e soprattutto IMPARARE A VENDERE è un percorso obbligato e sacrosanto.
Mi ricordo ancora la mia prima fiera: era il Bergomix, organizzato dall’associazione capitanata da Leonardo Monzio Compagnoni, una piccola manifestazione a Ponte San Pietro (BG).
Posso solo immaginare cosa abbiano pensato i visitatori della fiera quando si sono trovati davanti a un banchetto striminzito con quattro copie appena stampate di Futura #1, cinque sticker, qualche bottiglia di birra vuota e sto pirla che balbettava perché non sapeva che cosa dire.
Molti di chi vorrebbe partecipare alle fiere probabilmente si saranno un poco demoralizzati sulla descrizione che ho appena fatto. Lo so, all’inizio è tutto molto strano e si vuole essere perfetti, niente figuracce o imbarazzi di sorta. Eppure quella non è stata una fiera imbarazzante, è stata un punto di partenza.
A una delle ultime fiere a cui ho partecipato, il Comicon di Bergamo a giugno 2025, mi è andata via la voce a forza di parlare. Ho venduto un sacco, sono rientrato dalle spese, ho conosciuto un sacco di bella gente e mi sono fatto una marea di pubblicità.
Cos’è cambiato in 5 anni? Di fatto, nulla. Solo una bella lista di figure imbarazzanti, che hanno portato a delle autoanalisi, che hanno portato a dei miglioramenti, che hanno portato a una consapevolezza su chi sono e cosa faccio.
Però qui stiamo divagando, quello che realmente vuoi sapere è: tutte le fiere meritano di essere fatte?
NO.
Gironi danteschi del XXI secolo.
Diciamo la verità, alla maggior parte delle fiere con scritto “COMICS” non gliene importa nulla dei fumetti. In molte occasioni mi sono ritrovato in una “area autoproduzioni” in cui ero il SOLO ed UNICO a fare fumetti. Self aree in cui si mescolano banchetti di illustrazioni di gente che fa disegni con i pantoni sui brand del momento, quello che fa i portachiavi dei pokémon, quello che ha realizzato i pupazzi di Dragonball, QUELLA CHE HA STAMPATO DA INTERNET eccetera eccetera.
Insomma, in molte occasioni sono stato circondato da quelle che chiamo amorevolmente le “piciotate”, un dialettismo per indicare chincaglierie varie dal valore artistico praticamente nullo, però ehi, ma quello è Squirtle il mio pokémon preferito aaah quanto costa?
E volete sapere una cosa? più le fiere sono grandi e commerciali, più c’è la possibilità di finire in questi gironi danteschi moderni.
Quando la dimensione non conta.
Qual è allora la soluzione? Semplice: frequentare fiere che valorizzino davvero quello che fai. Non mi interessa se alla tua fiera entrano 48.000 persone. Non hai una self area? Ma una self area SERIA, con gente che fa DAVVERO autoproduzione, che fa fumetti? No? Allora tanti saluti.
48k persone che ti passano davanti ma non sono in target con quello che fai SONO 48K PERSONE INUTILI. E infatti volete sapere quali sono le fiere in cui ho venduto di più? Quelle piccole, a tratti microscopiche, fatte apposta per il mercato autoprodotto. Quelle in cui ti entrano dieci persone, ma sono dieci persone che ti chiedono, vogliono conoscerti, sfogliano, si innamorano e poi aprono il portafoglio perché quella cosa lì se la vogliono portare a casa. Perché vogliono leggerla.
E volete sapere l’ultima cosa buffa? è che queste fiere, di solito, sono anche gratis. Per gli standisti e i visitatori.
Tutto questo per dire che ormai le fiere del fumetto sono per la stragrande maggioranza delle trappole per finti nerd e cosplayer. Se sei un fumettista, e magari hai anche l’ardire di aver stampato un fumetto, sappi che probabilmente verrai trattato come una mosca bianca. E appestata, per giunta. Ah, il banchetto grandezza tre francobolli per tre giorni sono 250 euro, iva esclusa. Pagamento in anticipo. Come, le serve un pass in più per l’accompagnatore? Sono 40 euro.
Ma è sostenibile sul lungo periodo puntare solo sulle fiere?
Effetti collaterali di fare solo fiere.
Conosco un po’ di persone e colleghi che campano sulle fiere. Beh, in realtà campicchiano.
Va da sè che il mio commento già fatto nell’articolo sull’autoproduzione esprime ancora tutta la sua validità.
Sono due le cose fondamentali se si vuole campare di fiere: vendere brand commerciali e farne a decine.
Per “vendere brand commerciali” intendo proprio creare prodotti basati sui brand del momento o i sempreverdi: Pokèmon, Dragonball, Onepiece, Marvel, e tutta compagnia danzante. Bastano delle card, degli schizzi, dei portachiavi, segnalibri, sta tutto alla tua immaginazione. La cosa certa è che il tasso di conversione (e quindi di portarsi a casa la pagnotta) è altissimo. Insomma, si vendono da soli. Però noi siamo artisti, facciamo autoproduzione, e seguendo questo schema ci si imbatte in effetti collaterali piuttosto grossi.
Di cosa campano realmente le fiere del fumetto.
Primo: le persone non comprano l’arte da questi individui, ma comprano il BRAND. Riuscire a vendere uno schizzo colorato di Pikachu a 80 euro potrebbe sembrare entusiasmante all’inizio, ma è un abbaglio. La persona che l’ha comprato molto probabilmente non si ricorderà mai di questo artista, e il suo interesse per quello che farà oltre alle fanart sarà prossimo allo zero. Lui ha semplicemente venduto una proprietà intellettuale di fama globale, senza pagarne i diritti, sfruttando l’effetto nostalgia o l’attrazione che questo brand ha sulle persone per guadagnarci qualcosa.
Punto.
Il fatto che questo tizio stia anche facendo un fumetto introspettivo ambientato a Milano nei primi anni 2000, e che questo fumetto sia proprio accanto ad altri pokémon che ha disegnato, credimi, non gliene fregherà niente a nessuno.
Eppure oggi le fiere del fumetto campano esclusivamente su questo.
Qual è il reale obiettivo in una fiera del fumetto?
C’è qualcuno che potrebbe pensare di utilizzare le fanart come trojan per farsi conoscere prima e vendere le proprie opere poi. A prima vista sembrerebbe un’operazione vincente, ma siamo sicuri che alla lunga sia una scelta strategica? Prima di tutto un banchetto diviso tra fanart e prodotti autoriali di fatto dimezza la capacità di comunicazione e confonde il visitatore. Secondo, l’attrattiva e le entrate delle fan art inquineranno i dati sull’efficacia del tuo banchetto.
Testare strategie di comunicazione, raccogliere i dati, analizzarli e vedere dove si può migliorare è alla base del marketing. Supponiamo che Tizio abbia un banchetto diviso tra pupazzetti di OnePiece e fumetti suoi autoprodotti. Il suo banchetto attira molti fan di OnePiece che gli comprano un sacco di pupazzetti e gli fanno pure i complimenti. Di contro, vende solo una copia del suo fumetto. Quale sarà la conclusione di Tizio?
“Sono strafelice perché ho guadagnato un po’ di soldi, la gente mi ha detto che sono bravo e sono PERSINO riuscito a vendere un numero del mio fumetto! Grandeee!”.
Qual è il reale obiettivo? Guadagnare qualche soldo, portare tanta gente al proprio banchetto o farsi una reputazione come autore e vendere le proprie opere? Domanda retorica: il vero obiettivo sarebbe quello di creare un proprio brand personale da spingere, farlo conoscere a più gente possibile e poi cominciare a vendere. Secondo questo schema il banchetto di Tizio è stato un completo disastro.
Crearsi il proprio brand personale.
Credimi, non c’è miglior soddisfazione di quando un fan che non conosci ti viene a trovare in fiera, ti stringe la mano dicendo che ti ha scoperto online o dai passaparola e ti compra i TUOI fumetti perché seriamente interessato. Dopo quasi cinque anni di fiere questa cosa sta cominciando a capitarmi molto spesso. E ancora più soddisfazione è quando queste persone ti scrivono su instagram, via mail o lasciano una recensione ringraziandomi perché Futura è una tipo di progetto che stavano cercando ma che non riuscivano a trovare.
Farò senz’altro un articolo più lungo in cui indagheremo a fondo su cosa sia un brand per un fumettista e perché dev’essere al centro di ogni sua strategia di comunicazione e marketing. Tornando però al discorso fiere, è facile pensare di essere sulla strada giusta basandosi su dati sbagliati. E, purtroppo, un artista che punti a diventare un nome importante non dovrebbe perdere tempo inseguendo i brand famosi. L’unica cosa a cui dovrebbe pensare sarebbe quello di crearsene uno proprio.
Purtroppo, questo è dannatamente difficile.
L’unica soluzione reale: creare il proprio sito web.
“I blog e i siti web hanno le ore contate!”, urlava qualche moderno aruspice una decina di anni fa. Tra Instagram, Deviantart, Arstation, Tumblr ecc era veramente difficile dargli torto. Eppure io sono sempre stato la mosca bianca a dire che non era vero…
…E infatti avevo ragione. Lontano da multimiliardari frignoni, algoritmi oscurantisti e mentalità da gregge, il proprio sito web è l’unico vero rifugio sicuro che puoi permetterti.
Quali sono i pro di avere un sito proprietario?
- Totale controllo di quello che viene pubblicato. Sei tu e nessun altro che decide cosa fare vedere e cosa no, al contrario dei social che propongono dei profili incasellati, dalle funzioni (poche) uguali per tutti e con limitatissimo margine di manovra.
- Non ci sono algoritmi che mostrano i contenuti del sito a chi vogliono o minacciando pagamenti folli. Chi entra nel sito può vedere tutto quello che tu vuoi fargli vedere. …Sempre che abbia 18 anni.
- Sei immune ai cambi di politica e di algoritmo improvvisi. Il tuo può essere un sito vetrina statico da 15 anni ed essere sempre super efficiente.
- Hai completo controllo del flusso di navigazione degli ospiti. Landing page, blog post, archivi di immagini, pagine per le conversioni… Puoi decidere fin nel minimo dettaglio quali saranno le azioni che potranno fare i visitatori nel tuo sito.
- Accesso completo alle statistiche. E completo intendo completo, non quei due numeretti a caso che ti forniscono i social.
Solo questo basterebbe per convincerti che i siti web sono ancora il punto cardine di una presenza digitale. Non sarebbe però un articolo serio se non mettessi anche i contro:
- Costi di gestione. Tra dominio, hosting, magari qualche funzione di protezione, un tema wordpress ecc, qualche soldino salta fuori. Non credere a quelli che ti dicono che ci vogliono 1500 o più dracme per avere un sito efficiente. Quelli semmai sono i costi di un sito ecommerce che deve fare concorrenza ad Amazon sulla vendita di infradito importate dalla Cina. Con circa 200 euro utilizzando WordPress dovresti già cavartela alla grande.
- Bisogna smanettare. Imparare come si gestisce un sito web, plugin, un linguaggio di programmazione basilare basilare, inserire i tag analytics di google, ecc ecc. Il vantaggio di qualche anno fa è che online ci sono miliardi di tutorial. Ma sapete una cosa? Basta chiedere a un’intelligenza artificiale di darti una mano e ti aiuta a risolvere passo a passo il tuo problema. Una cosa impensabile solo tre anni fa.
- Politicy Policy, privacy policy, cookie e termini di condizioni. Ogni giorno l’Unione Europea si inventa un nuovo modo per rompere le scatole obbligando ad ottenere misure di sicurezza e standard di privacy che ormai stanno rasentando il ridicolo. La soluzione facile è quella di affidarsi a delle compagnie che al costo di un semplice rene ti gestiscano tutte le privacy in una volta sola, tra l’altro agendo con fare a dir poco mafioso. Se si ha voglia di sbattersi un attimo, anche grazie all’aiuto dell’IA (vedi sopra), si possono ottenere risultati soddisfacenti a prezzi di gran lunga inferiori.
- Devi essere tu a veicolare traffico al tuo sito. Abbiamo sempre demonizzato gli algoritmi, ma almeno c’è sempre quell’1% di possibilità di finire nei trend ed essere visti da milioni di persone. Con un sito web, no. La responsabilità è tutta tua, e se nessuno visita il tuo sito molto probabilmente è perché stai sbagliando tattica.
Si vince solo sul lungo periodo.
Ti posso assicurare che i pro sono di gran lunga migliori dei contro. E, al netto di tutto, sono ancora convintissimo che un ottimo sito web, anche essenziale, abbia molte più potenzialità di un profilo social. Certo, come per le fiere è un processo da valutare sul lungo periodo. Un social ti può galvanizzare perché in poco tempo ti può portare a un nutrito gruppo di followers esaltati, ma è tutto così nelle mani di un algoritmo imperscrutabile e su una piattaforma chiusa gestita da una multinazionale lontana, che non si può davvero fare affidamento solo su quello.
C’è però un ultimo tassello, il più importante, da inserire per avere il quadro generale della situazione. è forse la parte più difficile, meno capita e quella che può fare davvero la differenza.
Come mantenere il contatto con il proprio pubblico.
Acquisire un nuovo cliente costa da 5 a 25 volte di più rispetto a riconvertirne uno già esistente.
Questa è una delle leggi del marketing moderno che nessuno può ignorare, dalla ipersuperstramultinazionale al piccolo profilo di chincaglierie su Etsy.
Finora abbiamo parlato esclusivamente su come farci conoscere, qual è la piattaforma migliore, perché stare lontani dai social ecc… Ma come fare, una volta attirato il pubblico che vogliamo, a mantenere un sano rapporto? Insomma, come fare in modo che diventi un acquirente abituale (e magari starnazzante, per citare Seth Godin)?
Questo, possiamo dirlo, è stato il mio vero cruccio in questi cinque anni di promozione attiva.
Ci ho sbattuto la testa, ho fatto errori e sbagli clamorosi, ho perso anche un sacco di contatti…
La via di mezzo non basta.
Ricapitoliamo. I social non possono essere il luogo ideale perché l’algoritmo e la visibilità a pagamento la fanno da padroni. Ottimo posto per creare community generiche, pessimo per garantire un rapporto su lungo termine.
Le fiere sono ottimi punti di conversione, ti ci ritrovi faccia a faccia con i tuoi clienti, ma “quanto ti ritrovo in fiera?”, “Ci sarai ancora l’anno prossimo?”, “Sono stato alle fiere di Bankok, Timbuctù e New York ma non c’eri”… Un po’ difficile creare relazioni a lungo termine in questo modo.
Il sito web è la comodissima via di mezzo, molto più profondo di un social e basta una connessione a internet per accedere… ma mica ci vengo tutti i giorni sul tuo sito. Una volta all’anno, se mi ricordo. O se ogni tanto lo aggiorni con qualcosa di nuovo, ma sempre se mi ricordo. Insomma, bello il tuo sito, la prossima volta che ci vengo ti compro il fumetto!
Sì, a babbo morto.
Come fare, ordunque, a mantenere quel contatto che ti permetta di essere presente e raggiungibile nella testa e nell’anima dei tuoi followers? Quale, buon cielo?
Purtroppo, e dico purtroppo perché io esprimo ancora dubbi a riguardo, la miglior soluzione è ancora la newsletter.
La newsletter è ancora la vincitrice?
D’accordo, lo ammetto. Non nascondo il mio scetticismo sulle newsletter, per varie ragioni.
La prima e la più rilevante è l’abuso di spam che certe aziende hanno e hanno avuto nei confronti delle nostre care caselle di posta.
Passo più tempo a cancellare mail inutili che non a leggere quelle che mi interessano. Anche se negli ultimi tempi la situazione è assai migliorata, resta comunque il fatto che la gente non lascia più volentieri i propri recapiti mail per avere degli sconti sui brand e negozi che amano, figuriamoci su fumettisti che conoscono appena. Quindi, chiedere e ottenere l’attenzione di qualcuno via mail è diventato molto più difficile che non anche solo un lustro fa.
Dall’altra parte della barricata, i provider che gestiscono le newsletter diventano sempre più onerosi. La soglia minima di iscritti per avere l’accesso gratuito diminuisce ogni giorno che passa. Quando mi approcciai a Mailchimp cinque anni fa, il limite di iscritti per il piano gratuito era 2000 mail registrate. Oggi è sceso a 500, e si sta parlando di abbassare ulteriormente a 250. Oltre quella soglia si attivano abbonamenti mensili dai prezzi esagerati.
Distributore automatico di merendine.
Il sottoscritto ha tenuto una newsletter per un paio di anni. Per incentivarne l’iscrizione davo in cambio la cosa più preziosa che avevo: Futura in edizione digitale, gratis. Il tutto sperando di aumentare gli iscritti, mantenere un rapporto con loro e fare conoscere Futura in una volta sola.
Eppure in pochissimi si registravano. E chi si registrava per leggere gratis Futura, una volta scaricato il .PDF si cancellava, o semplicemente mi ignorava.
Avevo trasformato una potenziale connessione con i miei lettori in un distributore automatico di merendine.
Un po’ scottato dalla situazione e con il morale sotto le ginocchia decisi di farla morire, che non ne valeva la pena…
Ciò nonostante, a distanza di anni mi rendo conto che forse è ancora l’unico canale di comunicazione che merita davvero di essere preso in considerazione.
I vantaggi di una newsletter sono più o meno come quelli del proprio sito web: completo controllo, completo controllo e completo controllo. Niente algoritmi che ti tagliano fuori, niente politiche strane per non essere bannati (tranne le buone regole per evitare di fare spamming, che però sono ormai universali). La possibilità sacrosanta di cambiare gestore scaricando la lista delle mail registrate e portandosele dietro ovunque si vada. Provate voi a chiedere a Zuck di darvi la lista di account Instagram delle persone che vi seguono perché volete passare alla concorrenza.
“Ah, ah! Pura fantasia, Piantoni!”, mi scimmiotta Zuck mentre si toglie della lanugine dall’ombelico.
L’unica cosa che importa è che sia rilevante.
La gestione di una newsletter però è cambiata radicalmente in cinque anni. Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi in cui Neil Patel consigliava che bisognava mandare una mail al giorno, massimo una a settimana, pena la perdita totale di interesse del lettore.
La gente non ha più la voglia di leggere ogni stronzata che capita a tiro, meno che meno quelle tra una mail commerciale e un 20% di sconto sul tuo carrello con una spesa minima di 5000 euro.
Se proprio bisogna mandare una mail, questa deve essere rilevante. O almeno contenere informazioni utili per chi ci sta seguendo. Poi se questa arriva una volta ogni due settimane, mese, due mesi, poco importa.
Attenzione vs connessione.
La grande lezione che ho imparato in questi cinque anni è che non bisogna catturare l’attenzione, bisogna creare una connessione.
Quale diavolo è la differenza tra le due cose? L’attenzione se la contendono le grandi aziende della futilità e intrattenimento: social media, big tech, grandi marchi, colossi streaming… Hanno bisogno dell’attenzione delle persone perché vendono prodotti usa e getta, come reels stupidi, l’ultimo prodotto inutile dell’influencer famosa, o l’ennesima serie tv spazzatura da dimenticarsi una volta finita l’ultima puntata. Si contendono l’attenzione perché l’attenzione ormai è poca, limitata, mentre i prodotti mediocri sono sovrabbondanti.
La connessione è diversa: è più legata alla passione e alla curiosità che al semplice intrattenimento. La connessione è anche attesa, e a volte pazienza. Pazienza di aspettare che il nostro artista preferito pubblichi la sua nuova canzone o il suo nuovo film. Anche se ci vorrà molto tempo, alla fine ne varrà la pena.
L’attenzione è frivolezza, impalpabile, consumistica. La connessione invece è dialogo, curiosità, attesa.
Lasciamo che siano le grandi aziende a contendersi il tempo-scarto delle persone, lasciamo che spendano milioni e milioni in pubblicità per contendersi 5 minuti di noia. Noi dobbiamo puntare a qualcosa di diverso: riempire la vita delle persone, invece di intrattenerle.
Cosa ho imparato in cinque anni.
Mi pare che in cinque anni di promozione attiva abbia quanto meno imparato le basi del marketing e della comunicazione. Non sono di certo un esperto, ma credo che sbattere la testa sul campo mi abbia reso molto più consapevole rispetto a fare corsi costosissimi di digital marketing.
In definitiva, come abbiamo detto, due sono le cose davvero importanti: creare un proprio brand senza inseguire quelli degli altri, e crearsi un proprio spazio online, personale e di nostro pieno controllo.
…E la newsletter?
Dirò l’ennesima verità: ho scritto questo lunghissimo articolo principalmente per auto-convincermi che in realtà sia un buon investimento.
Quindi, se sei in linea con il mio pensiero e magari vuoi ricevere (ogni tanto, quando è rilevante) una mail di aggiornamento con nuovi articoli come questo, oppure gli avanzamenti dei lavori su Futura, non devi fare altro che iscriverti al box qui sotto.
Regole universali.
Oltre a questo, le due parole chiave che devi portarti a casa dopo essere arrivat* fin qui (e a proposito, complimenti! Mica ci arrivano tutti fino a questo punto. Hey Zuck, hai visto che roba? è riuscit* a leggere fin qui, alla facciaccia tua!
“Gran bel lavoro Choomb, sei grande!”, risponde Zuck dal divano alzando il pollice, ma senza staccare gli occhi dall’ennesimo video di gattini fatti con l’IA.)
Insomma, le due parole chiave che devono diventare un mantra sono:
BRAND. Il brand sei tu e quello che fai.
CONNESSIONE. Non cercare di attirare l’attenzione degli altri. Solo le scimmie allo zoo devono essere intrattenute. Tu stai cercando un rapporto. Una cosa che Netflix e la Disney non riusciranno mai ad avere.
Detto questo, spero che questo articolo non invecchi troppo presto, ma sono sicuro di no. Quello di cui abbiamo parlato sono regole universali. Erano valide nel medioevo, sono valide ancora oggi.
Il difficile è metterle in pratica.












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