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Come trovare nuove idee.

Le idee non si comprano e non si trovano per caso mentre porti a passeggio il cane. Le idee vanno cercate grezze, allo stato naturale, per poi essere lavorate e incastonate tra di loro per creare un’idea ancora più grande e scintillante! Vanno cacciate pazientemente, bisogna afferrarle per le corna e con un colpo rapido sgozzarle e lasciarle sang…

Non è facile trovare nuove idee, d’accordo? Anzi, più avanti vedremo che le idee originali non esistono, ma sono solo un’insieme, un miscuglio di altrettante idee valide e accuratamente selezionate. Ma andiamo con ordine…

Trovare le idee.

Voglio scrivere. Voglio scrivere subito, ora, seduto alla mia scrivania! Ho comprato pure una vecchia macchina da scrivere e c’ho già messo il foglio bianco e immacolato dietro, ho quaderni a quadretti e un sacco di matite colorate per evidenziare le idee, il computer è acceso e Word si aspetta grandi capolavori da me… Ma non so cosa scrivere!

Ti hanno sempre detto che le idee non si trovano al supermercato nel reparto dei surgelati, e non te le porta nemmeno Amazon a casa. Beh, ti dirò un segreto: MENTONO!

Uno capace di trovare nuove idee le trova ovunque si trovi. Al bar, in palestra, nel deserto del Gobi, su un incrociatore spaziale nella terza orbita di Urano… dappertutto! Perché le idee non sono piccoli esserini collezionabili, ma piuttosto delle interconnessioni tra due o più elementi molto distanti tra loro.

Se non fai il bravo ti rinchiudo in collegio!

Facciamo un esempio: Harry Potter. L’idea di base di questa saga è per assurdo una delle più semplici e di maggior successo che possiate trovare nei tempi recenti. L’idea di fondo di Hogwarts si basa su due elementi distinti:

  • I maghi e la magia: un caposaldo della letteratura e dell’immaginario collettivo fantasy. Conoscete una saga fantasy in cui non ci sia presente la magia?
  • La vita media degli studenti nei college e nelle università di tipo anglosassone.

Ci sono centinaia di fantasy in cui si parla dell’addestramento di un mago e del suo percorso per diventare uno stregone. Ursula Leguin c’era già arrivata con “Il Mago di Earthsea” nel 1968, per non parlare dell’apprendista stregone di Goethe, cui si ispirò a sua volta da un brano del Φιλοψευδής di Luciano da Samosata. Stiamo parlando del II secolo dc. Insomma, zia Joanne non ha inventato proprio nulla di nuovo, eppure da molti è considerata un’idea azzeccata: perché?

La parte interessante dell’idea di fondo di Harry Potter non è la magia stessa, come in molti pensano, ma al contrario la sua vita da studente. Tutti noi ci siamo immedesimati nella sua routine scolastica perché è una cosa che ci riguarda da vicino, è concreta, e come vedremo più avanti, è come un appiglio alla nostra realtà. Harry Potter ha presa perché per diventare stregone non deve esistere in un mondo fantasy e fare cose particolarmente strane o elaborate, ma al contrario deve salire su un treno e andare alla “Oxford” della magia per assistere a lezioni noiose. Questa è un’idea geniale! Due concetti, la magia e la vita da collegio interconnessi tra di loro nonostante siano due elementi parecchio distanti.

C’è una parola per definire questo collegamento: si chiama ANALOGIA.

Assemblare le idee per analogia.

Se apriamo il dizionario e cerchiamo la parola “Analogia”, il signor Treccani in persona ci dice:

 […] il rapporto che la mente coglie fra due o più cose che hanno, nella loro costituzione, nel loro comportamento, nei loro processi, qualche tratto comune.

L’analogia, in parole povere, è proprio questo: trovare un ponte, un collegamento tra due o più cose. Nel nostro caso, però, non è proprio necessario trovarla, bensì crearla da zero.

Un esempio pratico sull’analogia.

Cosa hanno in comune un sommergibile nazista, un’antica città azteca e un quadro rinascimentale rubato? Beh, non ne ho la più pallida idea. In qualità di artista, però, devo sfruttare il mio ingegno per trovare uno o più collegamenti per unire queste tre cose. Cosa hanno in comune? Beh, proviamo:

  •   Durante la fine della seconda guerra mondiale, all’ammiraglio di sommergibili Franz Grossmann fu dato l’incarico di portare quanti più tesori possibili (tra cui un quadretto preparatorio del Brunelleschi) dall’altra parte del mondo e di nasconderli in centro america. Tracciato e inseguito dagli alleati, per sfuggire ai nemici il nostro U-Boot dovette risalire il fiume Balsas, nel messico centrale. Fatto affondare in un punto imprecisato, i nazisti si inoltrarono nella foresta equatoriale carichi dei loro tesori, fino a raggiungere un’antica città perduta, dove furono però sterminati e divorati da una tribù selvaggia.
  • Nel 1563 Ramòn Hutierres de Las Palmas si imbatte in un quadro preparatorio del Brunelleschi. A un’attenta analisi, però, scopre che il quadro è stato manomesso. Al suo interno, infatti, si trovano dei codici e indizi. É una mappa! Ramòn però muore di peste, lasciando le trascrizioni e le mappature di quella che dev’essere l’antica città perduta di El Dorado. Nel 1934 i nazisti trovano gli appunti di Ramòn e organizzano una spedizione segreta con un U-Boot per trovare la città e impossessarsi dei suoi immensi tesori.
  • Nel 1984, il ricercatore di tesori Martin Blake scopre un’antica città azteca tra le foreste dell’America centrale. La vegetazione si è impossessata ormai di ogni struttura umana, ma Martin rimane a bocca asciutta: il tesoro degli Aztechi è già stato trafugato! I sotterranei della grande piramide sono completamente svuotati, ma a terra ci sono corpi e scheletri con ancora le loro uniformi addosso: nazisti! Martin si incuriosisce di un ufficiale, morto trafitto da una trappola di tronchi appuntiti: nella giacca polverosa trova un diario con gli scritti e gli appunti. Al termine della guerra, un alto gerarca Nazista girò il mondo con il suo U-Boot depredando tutti i tesori conosciuti, per poi portarli in una base militare segreta in Antartide. Il diario però non ne rivela l’ubicazione. Le coordinate della base saranno chiare solo a chi riuscirà a decifrare correttamente i simboli nascosti in un piccolo quadro del Brunelleschi tenuto sottochiave in uno degli immensi scantinati del Louvre.

Ovviamente questi sono solo degli stupidi esempi di come funzioni il principio dell’analogia. Mescolare tra di loro molti elementi piuttosto distanti può essere un’esercizio molto simpatico e soddisfacente, e più diventerai pratico con questo giochino mentale, più non ti limiterai solo a pochi elementi, ma unirai addirittura intere trame! Futura stessa è nata mischiando tra di loro tre trame differenti, che se avessi avuto tempo, avrei sviluppato ciascuna per conto proprio. Un po’ per ottimizzare i tempi, un po’ perché mi sono ritrovato davanti del materiale davvero interessante, ho deciso di eliminare tutte le parti inutili e di unire tutto in un’unica storia. Ed è stato davvero divertente!

La prima idea che viene in mente è sempre merda!

Scusami il francesismo, ma volevo che questa frase ti rimanesse in mente per l’eternità, e sono sicuro che nessuno d’ora in poi te la scrollerà dalla testolina. Perché è vero, quando dobbiamo creare qualcosa di nuovo, la prima, primissima idea che ci viene in mente è SEMPRE il frutto di ragionamenti banali. No, non prendertela con la nostra scarsa originalità, non centra nulla. Stiamo parlando di millenni di evoluzione in cui, per salvare le chiappe, il nostro cervello ha dovuto tirar fuori dal cilindro la prima idea che gli venisse in mente, e doveva per forza essere buona se non voleva finire nella pancia di qualche belva feroce. E la prima idea buona, perché fosse efficace, doveva avere un buon curriculum di salvataggi in extremis alle spalle. Insomma, la prima idea è buona perché è già stata usata con successo molte volte in passato.

Questo ragionamento è perfetto se siamo dei Neanderthal di 70.000 anni fa, un po’ meno per noi uomini del XXI secolo. Se ti dicessi di dirmi la prima idea che ti viene in mente per una nuova storia di fantascienza, sono sicuro che prenderesti gli elementi principali delle saghe più famose e ci faresti un mescolotto mediocre che trasuda di già visto. Questo ragionamento è valido sia per le macro idee, sia per tutte le micro scelte che dobbiamo fare in ogni minimo passaggio della nostra storia. Il protagonista è l’ultimo figlio di poveri contadini? Il nostro cacciatore di taglie trova lavoro in una sporca bettola di una città periferica? I nostri innamorati si incontrano per la prima volta a central park mentre fanno jogging? La nostra squadra è sotto di un solo punto alla finalissima di campionato a soli 5 secondi dalla fine?  Per favore, questa è proprio merda!

Presenta valide alternative.

Gli sceneggiatori della Sergio Bonelli Editore raccontano che, quando ancora era in vita Bonelli in persona, egli esigeva che per ogni nuovo albo gli si presentassero almeno 3/4 soggetti diversi. Non importa che tu avessi l’idea del secolo, dovevi sforzarti di creare altre due varianti da presentargli, e sarebbe stata la sua l’ultima parola. All’inizio pensavo fosse un’inutile perdita di tempo cercare a tutti i costi di sfornare altre due idee anche se ne avevi già una veramente grandiosa, ma dopo un po’ di tempo ed esperienza, sono profondamente convinto che avesse ragione.

Sforzare il cervello a partorire nuove idee è un’ottimo allenamento per non cadere nelle banalità e per cercare alternative non convenzionali. Per cercare nuovi elementi, molti concept artist fanno una lunghissima lista per -letteralmente- “svuotare il cervello” da forme e concetti già visti. Quando arrivano a un punto e non sanno come andare avanti, QUELLO è il segnale che il cervello ha esaurito le idee “semplici” e che d’ora in poi dovrà sforzarsi enormemente per realizzare qualcosa di creativo.

Per carità, ci saranno molte occasioni in cui arrivare all’alternativa numero 100 non farà altro che confermarti che la prima fosse ancora la migliore, ma non dare mai per scontato questo approccio mentale.

Fare ricerche per trovare nuove idee.

C’è però un altro modo, molto più sicuro e affidabile, di trovare nuove fantastiche idee per una storia. So perfettamente che non era proprio la tua materia preferita a scuola, quindi asciugati quei goccioloni che ti stanno colando dalla fronte e smettila di piagnucolare come un poppante, che ora si comincia con una bella lezione di… Storia!

La storia, come la moda, è ciclica.

Ci sono degli elementi ricorrenti in tutte le epoche che vanno ben oltre i semplici nomi, le date e altre connotazioni geografiche: si chiamano esperienze umane. Supponiamo tu voglia scrivere una storia di legionari romani durante la conquista della Gallia. Hai fatto le dovute ricerche storiche, sai com’erano strutturati e come operavano gli eserciti della Res Publica. Ti manca però qualcosa, degli elementi di vita quotidiana o una parvenza di credibilità. Scrivi dei tuoi soldati come se fossero semplici pupazzetti stereotipati che ubbidiscono agli ordini e sventrano qualche guerriero nudo. Insomma, non sembrano esseri umani.

Il tuo sconforto lo capisco benissimo. È difficile capire come pensasse e agisse un soldato romano basandosi solo esclusivamente sul De Bello Gallico di Cesare, sarebbe pura follia. Purtroppo non abbiamo molti altri documenti se non trattati di altri storiografi stilati molto tempo dopo. Come fare?

Le esperienze umane, sebbene coprano milioni di anni di evoluzione, sono incredibilmente limitate. L’orrore della guerra è universale, e sono convinto che la vita di un legionario in assedio alla città di Alesia nel 52 A.C. non fosse poi così tanto diversa da quella di un soldato in trincea durante la prima guerra mondiale. L’orrore è uguale per ognuno di noi. L’odore dolciastro del sangue, il tanfo delle viscere umane e le urla, la paura, l’istinto di sopravvivenza è tanto comune al Neanderthal, quanto al romano e il fante italiano sul Carso.

Ricercare le testimonianze simili a quelle che si vogliono ricreare.

Gli attori hanno un metodo ingegnoso per simulare a comando delle emozioni realistiche, anche di fronte a centinaia di occhi che li osservano sul palco. Il trucco è semplicemente riportare alla memoria un evento della propria vita in cui si ha avuto un’emozione simile e replicarne la reazione. Non è necessario avere ammazzato il proprio zio per recitare in Amleto, come non lo è aver visto il proprio amato morire per recitare la parte di Giulietta (se fosse così i teatri esisterebbero solo nelle carceri e nei manicomi!). In compenso se nella tua vita hai amato tanto un cagnolino e poi questo è venuto a mancare, se cerchi con l’immaginazione di rievocare i sentimenti che hai provato allora, avrai molte più chance di risultare credibile sulla scena mentre piangi l’adorato Patroclo.

Una cosa molto simile accade anche a noi scrittori. Per ricreare una scena e fare in modo che sia la più realistica e umana possibile, l’autore ha due grandi alternative:

  1. Descrivere le proprie sensazioni, emozioni o dinamiche sociali sulla base di eventi simili che ha vissuto.
  2. Fare ricerche sulle testimonianze di prima mano delle persone che hanno vissuto le stesse vicende o dinamiche similari.

In questo modo, imbattersi negli scritti e nelle memorie di un fante in trincea ti aiuterà immensamente a ricreare le sensazioni e le emozioni di altrettanti soldati vissuti migliaia di anni prima e di cui non si possono avere fonti dirette. Ascoltare i racconti dei nostri nonni sulla difficile vita contadina del dopoguerra, tra bocche da sfamare, povertà e malattie, ci eviterà di leggere dell’ennesimo contadinotto in salsa fantasy panciuto e soddisfatto nel suo casolare fatato e strabordante di ogni ben di Dio.

“Ma io scrivo fantascienza, non mi serve questa roba!”

Ti aspettavo giusto al varco! Non cadere nella banale trappola dei generi. La storia è ciclica e le esperienze umane sono universali, giusto? Ed è proprio quando si inventa TUTTO di sana pianta, come in un fantasy o nella fantascienza, che bisogna più che mai basarsi su fatti accaduti e dinamiche sociali collaudate nella storia per rendere credibili le nostre trame. Anche oggi, nonostante nel passato non esista nulla di simile a internet, agli smartphone e Amazon, le nostre vite sono comandate dai più banali e comuni impulsi animali che ci accompagnano dall’alba dei tempi. Odio, paura, arroganza, esibizionismo, amore, libidine… Anche se oggi siamo circondati da schermi luccicanti rimaniamo sempre quegli esseri primitivi che abitavano nelle caverne e si uccidevano a vicenda per avere più possibilità di riprodursi.

Di regine spaziali e hawaiiane.

Star Wars: la Minaccia Fantasma è considerato da molti come uno dei peggiori della serie. Con questo film, le trame semplici e universali della trilogia classica si evolvono in scenari politici ingarbugliati e oscuri, inseriti in una struttura tutt’altro che semplice e lineare. La mosca bianca che scrive lo reputa invece uno dei più coraggiosi dell’intero franchise, e l’incomprensibile premessa della trama, l’assedio del pacifico pianeta di Naboo da parte della malvagia Federazione dei Mercanti, è per assurdo uno dei pochi elementi della saga ad avere reali agganci storici.

Nel 1891 l’ultima delle regine delle isole Hawaii, la regina Liliʻuokalani, stanca del dominio passivo da parte degli europei e degli Stati Uniti, decise di abrogare la costituzione vigente e ripristinare i vecchi costumi e il potere della monarchia. Gli Stati Uniti avevano enormi interessi nelle isole Hawaii grazie al floridissimo commercio dello zucchero, e come puoi immaginare non reagirono molto bene alla cosa. Il governo federale inviò l’incrociatore USS Boston pieno di marines arrabbiati per difendere gli interessi dello stato (e delle compagnie commerciali), e la regina, di fatto sotto scacco, fu messa agli arresti nel suo palazzo e venne instaurato un governo più… collaborativo. Le Hawaii diventarono poco tempo dopo una stellina in più nella bandiera dell’impero statunitense.

Di certo George Lucas non è stato particolarmente abile nel far trasparire tutto questo nella sua sceneggiatura, ma è altresì importante scoprire che trame senza vincoli di fantasia come quelle di Star Wars hanno anche loro bisogno di attingere dalla Storia per trovare idee sempre nuove e innovative.

Come fare una ricerca storica.

Non è necessario essere Valerio Massimo Manfredi o laurearsi in letteratura sanscrita per fare una ricerca storica. Anzi, molto spesso gli scrittori e sceneggiatori di storie ambientate nel passato sono “solamente” dei grandi appassionati. Comunque sia, fare una ricerca necessita di molta cura per i dettagli e tanto, tanto tempo. Certo, dipende da che tipo di materiale ti serve: un conto è ambientare una trama originale nel passato, un altro è realizzare una biografia fedele e integrale del Saladino.

Ho chiesto a un mio caro amico professore di lettere e storia Matteo Massetti quali sono secondo lui i punti principali per chi ha bisogno di fare una ricerca storica:

  1. Definisci l’argomento nel modo più preciso possibile.
  2. Inizia a cercare l’argomento su internet per vedere quanto materiale hai a disposizione e fai una prima scrematura.
  3. Decidi se vuoi utilizzare fonti primarie o secondarie (le prime sono più difficili da trovare, ma originali, le seconde più ampie).
  4. Se scegli le fonti primarie devi guardare negli archivi o in sezioni particolari delle biblioteche, altrimenti rientrano nelle fonti primarie anche iscrizioni murarie, oggetti, video originali, audio originali.
  5. Per le fonti secondarie sempre meglio utilizzare quelle indicate nei siti specializzati (OPAC SBN, WorldCat.com o biblioteche universitarie). Controlla poi gli autori e il loro curriculum in modo da individuare quelli più adatti al tuo obiettivo. Le fonti a stampa sono solitamente più precise e subiscono controlli più severi.
  6. Trattando un argomento trova più fonti, non una sola voce, in modo tale da avere più punti di vista o di interpretazione (soprattutto per la storia antica ci sono state tante riedizioni e di solito le più recenti sono più precise grazie alle nuove tecnologie e scoperte).
  7. Cita sempre le fonti che utilizzi e inserisci una bibliografia alla fine della tua relazione.

Un consiglio intelligente è quello di non diventare dei tuttologi dell’argomento prima di prendere in mano la penna, perché è contro-producente. Ricordati che devi stare a metà strada tra l’architetto e il giardiniere! Quindi, per prima cosa:

  1. Fai una panoramica sull’argomento o il periodo storico che intendi affrontare.
  2. Seleziona i punti principali e rilevanti che interessano alla tua storia e approfondiscili.
  3. Inizia a scrivere!
  4. Ogni qual volta che avrai la necessità di cercare altri dettagli o approfondire delle tematiche, posa la penna e fai altre ricerche, ma solo se inerenti alla trama!

In linea di massima non è un errore volere approfondire ogni cosa, ma lo diventa se non vuoi metterci degli anni anche solo per scrivere tre pagine. O se sei Victor Hugo.

Scegliere il genere.

“La mia storia non rientra in nessun genere, perché è origginale!”

Bene, prendi carta e penna e scrivi:

NON ESISTONO IDEE ORIGINALI.

L’unica e ovvia spiegazione perché dovremmo definire un’opera come “originale” è perché semplicemente non conosciamo le fonti da cui l’autore ha attinto e si è ispirato. Punto. Fine. Facci una gigantografia e appendila nella tua cameretta.

Detto questo, è bene precisare un’altra grande verità:

LE GRANDI IDEE NON HANNO GENERI.

Hai mai pensato il perché certe storie hanno centinaia di trasposizioni? Perché non importa che Sherlock Holmes sia a Londra a fine ‘800, ai tempi nostri, in una colonia su Marte nel 2130 o nel tardo triassico, quello che fa è risolvere dei casi grazie al suo ingegno (ed è una delle esperienze umane cicliche, come abbiamo visto poco fa). Potremmo banalmente inserirlo nella categoria “Giallo”, peccato che questo sia una dinamica narrativa, più che un genere. Tornando a Harry Potter, in ogni suo libro il nostro maghetto deve risolvere a modo suo un “giallo”, ed è anche il motore principale delle sue storie. Definiresti Harry Potter un giallo?

Osserviamo la differenza tra “l’Isola del Tesoro” di Stevenson e il film d’animazione Disney “Il Pianeta del Tesoro”. L’originale (nel senso che viene prima delle sue trasposizioni, gne gne) è un’avventura di stampo chiaramente piratesco, la seconda… idem! Ma nello spazio. Dovremmo definirlo un film di fantascienza? Per favore, un’avventura è sempre un’avventura.

“Robinson Crusoe” e “Cast Away”. Non importa che ci siano quattrocento anni di distanza tra le due ambientazioni, stiamo sempre parlando di un uomo nudo che naufraga su un’isola e ci rimane da solo per un bel po’, come anche Matt Damon in “The Martian”. Quale delle tre è una critica contemporanea? Cast Away, solo perché è un film del 2000? Siamo fuori strada, tesoro.

Ebbene, allora, che diavolo è un genere?

Un genere è semplicemente un’etichetta che serve al lettore per capire cosa aspettarsi da una storia. Diciamo la verità, non abbiamo voglia ogni santo giorno di fare un salto nel buio e cominciare un qualcosa senza sapere di cosa tratti. A volte può essere divertente scegliere un film a caso su Netflix o Amazon Prime Video senza leggere le informazioni basilari e lasciarci trasportare dal mistero, ma è molto più probabile che scegliamo un prodotto che sia in linea con quello che stiamo cercando in quel preciso momento.

Un genere solitamente mette dei pesanti paletti agli scrittori, e questo è un bene perché la completa libertà creativa porta al caos, ricordi? Se stiamo scrivendo un poliziesco, un lettore si aspetterà di trovare un ispettore capo, un detective o un carabiniere. Nel caso si trovasse di fronte dei cavalieri teutonici alla carica, state certi che cambierà canale!

Ogni genere ha delle precise peculiarità che lo separano dagli altri, ma non sono proprio così definite. Da una storia di fantascienza ci aspetteremmo astronavi, pianeti remoti e alieni. “Blade Runner” di questi elementi non ne ha, eppure rientra perfettamente nel genere. Il fantasy classico si è ormai appropriato del setting medievale, ed è difficile proporre qualcosa in un’altra epoca senza creare scetticismi. Se volessimo inserire della magia in un mondo ispirato alla Francia napoleonica, il suo genere cambierebbe da Fantasy a Fantastico, perché appunto fuori contesto.

Insomma, il genere è sotto certi versi una percezione collettiva in costante mutamento su quello che dovrebbe essere un determinato tipo di racconto. Non c’è un’avventura senza un qualche tesoro da acchiappare. Non c’è un giallo senza il morto e il suo assassino. Un thriller in cui il mondo non sia in pericolo farà ridere i polli. Un catastrofico che non distrugge New York è eresia!

A prima vista sembrerebbero delle classificazioni stereotipate per minorati mentali, ma devi considerare che la maggior parte della gente è incredibilmente pigra e abitudinaria. L’ennesimo film mediocre con The Rock farà sempre molti più soldi della pellicola palma d’oro perché la gente vede la locandina con Dwayne, sa che salverà il mondo con i suoi muscoli e i suoi Rayban, si spupazzerà la stangona di turno e farà qualche battuta scema. Tesoro, metti questo che andiamo sul sicuro! Sempre meglio una cosa mediocre ma certa, che un film di spessore ma impegnativo.

Nella prossimo capitolo ci addentreremo nell’ambito di gran lunga più esplorato dell’arte della narrazione: l’universo narrativo.

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