Luci e ombre dell’indagatore dell’incubo per eccellenza.
Perché ho deciso di diventare un fumettista? Quali sono stati gli influssi positivi che mi hanno spinto a ricercare e a interessarmi a quest’arte? Ossia le influenze letterarie, fumettistiche, ma non solo: anche film, videogiochi, insomma: che cosa mi ha influenzato così tanto affinché volessi a tutti i costi diventare un fumettista?
Incubi since 1986.
Ovviamente io nel 1986 manco ero nato, anzi. Il mio primo incontro ravvicinato del terzo tipo con Dylan Dog fu più o meno in terza media (quindi stiamo parlando del 2003 circa). All’epoca il papà di uno dei miei amici intimi, sapendo che mi piaceva leggere, scrivere e disegnare fumetti, mi regalò un bel pacco di Dylan Dog e ovviamente ne rimasi folgorato. Folgorato soprattutto perché è stato il mio primo fumetto realistico Bonelli.
Ovviamente ero già entrato in contatto con la sfera del fumetto con i fumetti Disney (qualcosa come le collezioni di Topolino, o PK, oppure anche con X-Mickey se qualcuno se lo ricorda ancora), poi alcune robette supereroistiche quali Spiderman o i primi manga che cominciavano a circolare anche nelle edicole.
Passare da questi tipi di prodotti a un bonellide realistico in bianco e nero con temi horror, signori, fu uno shock, per vari motivi.
Disegni da… urlo.
Prima di tutto i disegni, esatto. Stiamo parlando di un realistico classico sì, ma con un’impronta decisa. Non era un classicismo alla Tex, per intenderci. Ma se paragonato appunto alla Disney o ai manga/anime (prendete un Dragonball o un Pokemon), scoprire che era possibile fare delle storie disegnando delle persone realistiche (con dei contrasti in bianco e nero ricercati per ottenere determinate emozioni nel lettore), fu una rivoluzione nel mio modo di vedere le cose. Infatti la continua ricerca di una sintesi realistica è uno degli attributi come disegnatore che mi porto dietro dall’epoca.
Combo horror, splatter e ironia.
La seconda cosa che mi colpì profondamente fu la componente horror/splatter. Perché diciamolo, Dylan Dog non ha mai fatto paura a nessuno, siamo seri.
Presenta però uno splatter che non è affatto disturbante, ma anzi è quasi fica da vedere e da leggere. E questo secondo me è da ricercare anche dal tono in cui le storie di Dylan Dog sono scritte, ossia con una sottilissima ironia di fondo, tipica di Tiziano Sclavi. Ironia che in molti numeri strabordava nell’assurdo, o nella metafisica più folle, la sfera onirica o dell’incubo (da cui prende il sottotitolo, tra l’altro).
Numeri singoli autoconclusivi.
Abituato com’ero alle storie lunghe degli anime dell’epoca (quali Dragonball, Onepiece, ossia storie lunghe in cui non potevi perderti un episodio perché sennò non ci capivi più niente), scoprire che in Dylan Dog ogni numero non solo era una puntata singola, ma era come se l’universo narrativo ogni volta si resettasse, mi incuriosì particolarmente.
In un numero Dylan può essere l’ultimo uomo sulla terra, e nel successivo comportarsi come se nulla fosse successo. Il personaggio di Dylan veniva trattato come un pupazzetto nelle mani del suo autore, come veramente il cestone dei giocattoli dell’asilo, e ogni volta non importava che cosa fosse successo nel numero precedente, Dylan cominciava la sua normalissima vita da indagatore pronto per essere strapazzato da qualche cosa paranormale.
…Anche un po’ spyci.
Farcite tutto questo con un po’ di nudo realistico e sesso velato (che ormai vabbè in un mondo pornizzato come quello attuale sai che roba, all’epoca del Nokia 3310 era una cosa particolarmente interessante e dalla grande carica erotica), un po’ di violenza/splatter come sopracitata, e della sottile (a volte nemmeno troppo) ironia di fondo, e avrete in mano un prodotto che non poteva non essere interessante.
(Con tutte le partner che ha avuto più o meno “sane”, mi stupisco che non abbia mai avuto una malattia sessualmente trasmissibile N.d.c.)
Finale amaro.
Per concludere la storiellina del modo in cui sono entrato in contatto con Dylan Dog, poi prestai questo pacco di fumetti alla mamma di un altro mio amico, che se li lesse e… li gettò nella carta.
Sì.
Fu uno shock di cui ancora adesso…
E quindi negli anni me li sono dovuti ricomprare, cosa ci volete fare.
Cosa portarsi a casa da Dylan Dog?
Ora, a parte le dimostrazioni di affetto e i traumi culturali e sociali, cosa possiamo imparare come artisti dal successo di Dylan Dog?
Una maschera per eccellenza.
Prima di tutto il suo protagonista: il personaggio di Dylan è una maschera universale e adattabile a qualsiasi contesto del suo genere.
Insomma è un personaggio con un brand ben riconoscibile e una descrizione caratteriale molto accentuata. La sua universalità e malleabilità funziona molto bene in situazioni assurde, grottesche e surreali, come parlavamo poco fa.
I personaggi secondari sono i veri protagonisti.
Di contro, però, la vicenda non può sempre gravitare attorno a Dylan Dog. Infatti il personaggio ha sempre bisogno di una figura secondaria (di solito chi gli commissiona l’investigazione), che è essa stessa la protagonista della vicenda del numero.
Dylan insomma è solamente una maschera piuttosto rigida con cui ci interfacciamo nel suo mondo e al suo universo narrativo. Per questo motivo ogni tentativo di cambiarlo e ammodernarlo, come tutte le operazioni commerciali attuate dalla Bonelli negli ultimi anni, solitamente falliscono.
Dylan Dog è chiaramente un personaggio nato e ambientato in un mondo a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, e paradossalmente funziona principalmente in quel tipo specifico di universo.
Scrittura un po’ altalenante…
In secondo luogo, molte volte le storie di Dylan Dog sono permeate da un citazionismo piuttosto marcato. Sono tanti i numeri che peccano decisamente di originalità, e molte volte il piccolo arco narrativo del numero in particolare termina in modo brusco e a tratti sconclusionato.
Lo stesso Sclavi in un’intervista (che non trovo e non posso linkarvi) disse che all’epoca scriveva 3 o 4 numeri insieme, mandando porzioni di sceneggiatura ai disegnatori addirittura senza sapere come sarebbe finita la storia.
Questo purtroppo non è solo un problema di Dylan Dog, ma è proprio del vecchio metodo bonelli della serialità mensile, in questo caso per molto tempo portata avanti solo da una persona. Chissà che chicche ci avrebbe lasciato Sclavi se avesse avuto più tempo e meno consegne stringenti sulle spalle.
Macchietta comica? Mica tanto.
Come non parlare infine di Groucho.
Ora, Groucho è chiaramente la macchietta comica, un buffo tizio che crede di essere uno dei fratelli Marx e che spara battute a raffica. Divertentissimo, per carità. Eppure, se volessi dare a questo personaggio una connotazione più filosofica, Groucho è a tutti gli effetti un personaggio tragico.
In primo luogo è una persona che non ha un proprio carattere, psicologicamente dipendente a una figura estranea e lontana nel tempo come il VERO fratello Marx. Come dipendente è la sua relazione con Dylan. Anzi, a dire la verità ci troviamo di fronte a un rapporto palesemente sudditante, senza alcuno scopo nella propria vita se non assecondare e servire il suo amico/coinquilino/padrone.
La vita di Groucho è il vero e proprio incubo nelle vicende di Dylan Dog.
Una maschera che fa sì ridere, ma una volta inquadrato con la giusta chiave di lettura, fa sorgere al lettore un senso di pietà e commiserazione.
Groucho è una vittima, prima di tutto di sé stesso, ma soprattutto del mondo che lo circonda. E il fatto che l’indagatore dell’incubo per eccellenza non si accorga di avere un caso limite in casa propria fa un po’ riflettere.
Icona del fumetto italiano.
Abbiamo capito insomma che Dylan Dog è un’icona del fumetto italiano, e che la sua lettura è piuttosto imprescindibile.
Nel caso in cui voleste approcciarvi alla lettura, io consiglio la lettura dei primi 100 numeri, quelli classici Sclaviani per intenderci. Molti numeri singoli sono diventati dei veri e propri cult, e si possono tranquillamente trovare in libreria in formati anche di pregio con copertine cartonate.
Non a caso Dylan Dog. è uno di quei fumetti che si possono leggere casualmente anche in numeri spaiati.
E forse è anche questo il motivo del suo grandissimo successo.
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