Questo contenuto fa parte della rubrica Colate Detritiche, ed è stato originariamente inviato agli iscritti alla newsletter il 04/11/2025.
Il concetto di Kaizen nel mondo occidentale.
Recentemente mi sono imbattuto in un articolo in cui si parlava della differenza tra il mercato videoludico occidentale e quello nipponico.
Senza tirarla tanto per le lunghe, la principale differenza tra i due approcci sta nella differenza di obiettivi. I primi (ossia noi) puntiamo tutto esclusivamente sul ritorno economico. Il Giappone, pur essendo un paese de facto capitalista, ha un obiettivo radicalmente diverso: creare un prodotto di indubbia qualità, oliando la macchina produttiva per eliminare gli sprechi, ottenendo un grosso ritorno economico solo se in una posizione di mercato dominante.
Il risultato è piuttosto eclatante. Il mercato occidentale fa particolarmente schifo, i costi di produzione sono così alti da disincentivare un’evoluzione artistico/tecnica a favore di un rientro economico sicuro, rinvii su rinvii con dilatazioni temporali generazionali. Il mercato giapponese sta invece avendo una seconda giovinezza: invece di giocare su chi ce l’ha più grosso, meglio puntare su chi lo utilizza meglio e con più frequenza.
Quello che ne si evince da questa riflessione è che quello che fa realmente la differenza non è il raggiungimento di un obiettivo prefissato, ma invece sapersi porre l’obiettivo giusto.
Purtroppo per noi viviamo in un mondo, quello capitalistico occidentale, il cui obiettivo per qualsiasi cosa è l’accumulo spropositato di capitale, anche a scapito della qualità. E ne siamo volenti o nolenti permeati tutti.
Fighetti occidentali con obiettivi sbagliati.
Ricordo una volta che, uscendo con amici, mi era stato presentato questo tizio, un tipico fighettino col macchinone e l’aria ostentata da benestante. Si informò sulla mia attività da fumettista, gli spiegai a grandi linee quali erano i miei progetti da autore e artista, e dopo avergli raccontato un po’ di sogni mi fece di no con la testa e mi disse: “eh, ma mica si fanno così i soldi”.
Va da sé che se avessi seguito il consiglio di questi encefalogrammi piatti semplicemente Futura non sarebbe mai esistito. Perché Futura è un progetto completamente anti capitalistico: non punta a essere distribuito su vasta scala, non deve essere letto dal maggior numero di persone possibili, e non sta ancora realizzando un rientro economico soddisfacente che giustifichi i quasi 10 anni di lavorazione.
Il Kaizen spiegato ai fighetti di cui sopra.
I giapponesi hanno un concetto chiamato Kaizen. Kaizen significa maccheronicamente “miglioramento continuo”, ed è una filosofia nata nel dopo guerra per far ripartire l’industria giapponese e renderla competitiva nel mondo. Volgarmente in occidente viene anche chiamato “Toyotismo”, neologismo basato sulla famosa casa automobilistica, ma in realtà le origini sono ben lontane. tutte le filosofie orientali sono direzionate dal DO, la via su cui si fonda il miglioramento continuo sia spirituale che fisico (Karate-do significa letteralmente la via della mano vuota. Ninten-Do è “la via di lasciare la sorte al cielo” ). Il Do è la via della perfezione, la cui stessa perfezione è semplicemente irraggiungibile, ma ideale da perseguire per tutta la vita, fino alla morte. Non è un caso che molti mangaka abbiano raggiunto il riconoscimento di maestro dopo la loro dipartita nonostante siano morti prima di portare a termine le loro lunghissime serie. Perché è più importante la strada, la dedizione, della mèta finale.
Se questa affascinante e straordinaria filosofia è permeata nella quotidianità di un giapponese qualsiasi, ora facciamo un paragone con le corporative cyberpunkiane occidentali. Negli ultimi mesi Microsoft ha licenziato più di 9.000 dipendenti per riorganizzazione interna, Amazon licenzierà 15.000 dipendenti, per non parlare del sopracitato settore gaming. Va da sè che “riorganizzazione interna” significa “diminuiamo i costi che non ci servono più, abbassiamo le spese e aumentiamo il valore delle azioni/diamo più dividendi agli azionisti”.
Il livello infimo delle offerte culturali moderne.
Questo tipo di mentalità ha portato a un’offerta artistica e intellettuale di livello imbarazzante. La stragrande maggioranza delle offerte contenutistiche di Netflix, Amazon, Disney e compagnia bella sono di livello esecrabile. La Pixar, vent’anni fa paladina dell’innovazione e dell’originalità, ora si è abbassata a forno industriale dove si cuociono panetti preconfezionati. I videogiochi sono in crisi mistica, i fumetti ostaggi di autobiografie di frignoni nevrotici o di intere librerie di vignette non-sense, i libri si autoincensano con festival radical chic fatti dai quartieri ZTL e il cinema…
Non dico che il Giappone non sia esente da questa deriva culturale, ci mancherebbe altro. Ma una filosofia di fondo, una forte identità nazionale e del sano pragmatismo rendono il modus operandi giapponese molto più efficace del nostro.
Morale della favola per fumettisti indipendenti.
Quindi, cosa può un povero fumettista indipendente imparare da tutto questo?
Semplice: cercare di rimanere il più possibile fedele a sé stesso.
Diciamo le cose come stanno, tutti vorrebbero diventare il nuovo Walt Disney creando personaggi iconici dall’abbraccio ecumenico, ma è altresì vero che non si può e non si deve piacere a tutti.
Piacere a tutti significa appiattire la propria profondità intellettuale. Prendiamo Lady Gaga e Placido Domingo. Se Lady Gaga smettesse col pop e alzasse esponenzialmente la profondità musicale del suo prossimo album con virtuosismi e ricerche stilistiche, quasi nessuno andrebbe più a un suo concerto. Se Placido Domingo smettesse con la lirica e facesse un disco pop con il primo maranza rapper di turno, il cultore medio di musica classica che ha pagato 427 euro in platea per ascoltarlo si sventrerebbe richiedendo indietro i suoi soldi.
(Nota a margine doverosa: questo non significa che Placido Domingo sia meglio di Lady Gaga. Stiamo dicendo che utilizzano una profondità tecnica differente in relazione alla cultura del pubblico con cui vogliono interagire.)
Il dilemma risolto dai giapponesi.
L’equilibrio tra eccellenza artistica e immagine commerciale meriterebbe una newsletter a parte, ma bisogna essere consci che le due anime esistono ed è difficilissimo farle combaciare.
O almeno, fino all’arrivo dei giapponesi, che dicono le cose come stanno. Che sarebbe: cercare di fare il prodotto migliore possibile con le risorse (intellettuali ed economiche) a disposizione, facendolo pagare il giusto.
Cos’è meglio, diventare un cultore della propria arte, spingere il livello artistico sempre più in là ma con la certezza di essere capito e apprezzato da poche persone (virtuosi e studiosi inerenti alla propria disciplina, sia chiaro)? Oppure cercare di raggiungere più persone possibile, abbassando il livello di profondità intellettuale per essere capito da chiunque, con grossi ritorni economici ma la propria anima gettata nel fango?
Questo dilemma l’hanno già risolto i giapponesi.
E se qualcuno mi chiedesse: “Leo, ti ricopro d’oro se getti alle ortiche Futura e fai un fumetto di un supereroe italiano che combatte i cattivi ecc ecc”, alzerò lo sguardo al cielo e gli risponderò: “Col Kaizen”.
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