Questo contenuto fa parte della rubrica Colate Detritiche, ed è stato originariamente inviato agli iscritti alla newsletter il 24/07/2026.
Perché L’IMAX non è fatto per il grande pubblico.
Ormai l’ha capito anche il popolo indigeno brasiliano degli Yanomami che nelle sale è uscito l’ultimissima fatica di Christopher Nolan, “Odissea“. E una delle grandi polemiche di questi giorni è il “as Nolan Intended“, motto intellettualoide che ha generato spassosissimi meme in giro per l’internet. Giusto per completezza, “as Nolan intended” si riferisce al fatto che il regista britannico ha girato interamente il film con una telecamera IMAX70mm, ma non solo: pretenderebbe che la sua visione avvenisse solo in sale cinematografiche che supportano questo formato. A sostenere la teoria c’è un intero esercito di intellettualoidi e cinefili del sabato sera/domenica pomeriggio che, pur di entrare in un club elitario della cinematografia intellettuale, è disposto a sventrare il portafoglio e compiere vere e proprie odissee per raggiungere quei 4 o 5 teatri disponibili in Italia.
In questa sede non vogliamo analizzare il film in questione (soprattutto per onestà intellettuale: non lo si è ancora visto), ma vorrei approfondire, in quanto fumettista ed esperto di immagini, questo bizzarro comportamento sociale.
Ha davvero senso l’IMAX?
Cosa deve avere un’immagine per essere definita “BELLA”
La gente comune solitamente confonde la bellezza del soggetto con la bellezza dell’immagine. I soggetti immortalati dai fotografi dilettanti infatti sono di solito tramonti, mare, fiori, statue… Insomma, soggetti che vengono definiti belli di per sé indipendentemente dal contesto. Ed é proprio qui che sta il problema. Perché fotografare un tramonto a Ischia potrebbe essere una foto brutta e anonima, mentre un barbone che urina ubriaco sotto un cavalcavia potrebbe essere una foto magnifica.
Quali sono gli attributi perché un’immagine sia considerata bella? Ce ne sono due, più uno bonus.
1) La composizione. Definire cos’è la composizione in una newsletter sarebbe come riassumere la filosofia greca in un biglietto da bacio perugina. Non è solo l’inquadratura, non è solo geometria: è una disposizione di forme in modo tale che abbia una logica estetica. Le sue inclinazioni sono infinite e meriterebbe una serie di articoli a parte. Per ora dobbiamo accontentarci di questa misera definizione.
2) Contrasto e distribuzione dei bianchi e dei neri. Nero pieno e bianco netto, oppure un gradiente: in poche parole, la scala di grigi. Un contrasto netto facilita la lettura, mentre tante sfumature di grigio appiattiscono l’immagine. Il sapiente uso tra questi due concetti aiutano l’artista e il lettore a godere dell’opera.
3) [BONUS]: tonalità e colore. Perché sì, affinché un’immagine sia fatta bene non è necessario che sia colorata. Se così non fosse non avremmo le fotografie vintage, i fumetti in bianco e nero e i tatuaggi. Il colore è un’aggiunta gradevole che aumenta la bellezza di un’immagine, ma non è una componente fondamentale (tra l’altro la tonalità è direttamente correlata con la scala di grigi, quindi è direttamente subordinata alle due precedenti, ma non voglio confondere ulteriormente le idee in questa sede).
Attributi inutili tanto cari agli intellettualoidi
Cosa manca in questa breve lista? Esatto: la risoluzione. Perché la risoluzione non determina MAI la bellezza di un’immagine.
Uno degli esempi lampanti di questo ragionamento è il fenomeno della pixel art. Nata come semplice limitazione hardware, la pixel art sta rivivendo un secondo periodo d’oro. Non confondiamola con una semplice operazione nostalgica, é proprio una filosofia artistica: creare bellissime immagini basate su pochi pixel.
Guarda l’immagine qui sotto: possiamo dire che non sia bella solo perché a bassa risoluzione?
Torniamo al nostro cinema e a Christopher Nolan. Non vorrei passare per un negazionista: più la risoluzione di un’immagine é alta, più aumenta la qualità (qualità in questo caso inerente alla densità di pixel per pollice). Va da sé che vedere Il Signore degli Anelli in VHS e vederlo in blu ray 4k sono due esperienze molto diverse. Ma cosa accade quando superiamo questa soglia?
Finché parliamo di immagini fisse il problema non si pone. Tutta un’altra storia invece se parliamo di immagini in movimento. Perché il cervello umano non riesce a processare per fotogramma più dei 4-8k. A parte la visione periferica ampliata e un gradiente tonale più ricco, la visione in IMAX da 10-20k è principalmente pura suggestione. Anzi, semmai é proprio il contrario: la grandezza dell’IMAX non ti permette di avere una visione d’insieme dell’immagine, ma solo un focus su una porzione di essa. In parole povere viene meno uno degli attributi fondamentali perché un’immagine sia bella, ossia la composizione (che necessità della totalità dell’immagine per essere apprezzata).
Marketing per aspiranti cinefili (e pure snob).
In parole povere, l’IMAX è “solo” un’esperienza audiovisiva immersiva. Questo però, come abbiamo visto, a scapito della bellezza dell’immagine vista nel suo insieme.
Quando qualche guru del cinema o intellettualoide o un’ufficio marketing ti dicono che per godere appieno dell’esperienza di un film devi andare a vederlo in IMAX, ti stanno dicendo una mezza verità. Perché sì, l’esperienza immersiva aumenta notevolmente, ma al costo di sacrificare la lettura delle immagini.
Ci sta che Nolan abbia girato tutto l’Odissea in IMAX 70mm, se è il modo per catturare a pellicola la maggior risoluzione possibile, anche per fini conservativi. Ma che l’unico modo per godere di questa pellicola è di vederlo in un IMAX 70mm, quello no. Quello è puro e semplice marketing per aumentare i guadagni spingendo sull’esclusività (pochissime sale IMAX70mm disponibili) al costo del biglietto maggiorato. Insomma, guadagnare spennando i polli che pensano di godere appieno del film “come il maestro lo vorrebbe” puntando sul loro snobismo intellettuale. Polli che, a quanto pare, di cultura dell’immagine non ne sanno proprio nulla.
Se facessimo la stessa cosa a fumetti…
Facciamo un paragone con i fumetti, che è poi il mio campo. Un’immagine creata per la stampa ha bisogno di 300dpi perché sia considerata di alta qualità. Il DPI è la quantità di pixel stampata per pollice quadro.
Ora, quando disegno la risoluzione che imposto di solito è 600 DPI (ho sentito dire che alcune case editrici vogliono 1200DPI, francamente uno sproposito). 600 DPI è esattamente il doppio di quello che abbiamo detto serve per una stampa di qualità. In linea teorica sarebbe formalmente inutile realizzarla così grande, ma lo faccio principalmente per due motivi. Uno, se devo stampare una pagina per esposizione o una mostra a una grandezza maggiore, posso farlo perché non perdo qualità nell’ingrandire la tavola.
Secondo, perché quando vado a stampare posso ridurre a 300DPI ed essere certo di non aver perso informazioni dell’immagine.
Questo discorso mi serve per fare un paragone con l’imax70mm. Nolan ha girato l’Odissea in 70mm, che corrisponde più o meno a immagini con un’oscillazione tra gli 8 e i 18k. Il ragionamento è giusto: filmare con la massima qualità possibile per avere più informazioni salvate su pellicola, come i miei 600 o + DPI per tavola. Ma pretendere poi di mostrare in sala un film in 70mm equivale nel mio caso stampare una tavola grande come un lenzuolo matrimoniale e pretendere che la gente riesca a pure a leggere e a seguire la storia. Certo, i lettori noteranno così tanti dettagli rispetto alla versione stampata classica che probabilmente ci sarebbe da perdersi, ma dovrebbero rinunciare alla lettura della tavola, e quindi della storia. A meno che decidano di allontanarsi in maniera proporzionale per poter godere della tavola nella sua interezza, ossia di qualche metro.
Perché è appunto questo il centro del discorso: la risoluzione oltre una certa soglia serve solo e solamente per le visioni a grande distanza.
Qualsiasi grafico e stampatore ti direbbe che sopra il metro e mezzo di grandezza stampa non ha senso creare un file da 300 DPI, a meno che i dettagli siano così fondamentali che la gente possa focalizzarsi su micro porzioni della stampa, come una cartina geografica, ad esempio.
Se lo scopo però è quello di stampare un’immagine che ha senso solo se vista nel suo insieme, una tale densità di pixel non ha senso, perché questi dettagli il nostro cervello non riuscirebbe in qualsiasi caso ad elaborarli.
La sala cinematografica come parco di divertimenti.
Parliamo di numeri: uno schermo IMAX standard è largo circa 22 metri. Per cogliere ogni singolo micro-dettaglio inciso nella pellicola a 12K/18K, dovresti sederti in terza fila, a circa 10 metri dallo schermo. Ma a quella distanza l’immagine è così immensa che sei costretto a girare la testa come a una partita di tennis, perdendo del tutto la composizione dell’inquadratura.
Se invece ti sposti indietro a 30 metri per riuscire finalmente a guardare la scena nel suo insieme (e capire cosa sta succedendo nell’inquadratura), la risoluzione angolare del tuo occhio elimina il superfluo: a quella distanza il cervello fonde i dettagli e percepisce al massimo un 4K.
In poche parole: l’IMAX ti costringe a scegliere tra il guardare una sequenza di splendidi campioni di pixel ingranditi al microscopio o il guardare un film. Le due cose, insieme, per la fisica dell’occhio umano non possono coesistere.
Il mal di collo, il senso di rincoglionimento e la sensazione di essere stati sballottati dopo una visione in IMAX è dato proprio per questo motivo: il cervello non riesce a seguire la quantità di informazioni che gli arrivano addosso e rimane saturo. Certo, è sicuramente un’esperienza interessante, ma è paragonabile a Gardaland o un giro di giostra sulle montagne russe, non a una visione intellettuale come molti guru vorrebbero farci credere.
L’Imax e il suo senso di esistere.
In conclusione, qui non si sta mettendo in croce l’IMAX e nemmeno Christopher Nolan. La sala IMAX è un’esperienza audiovisiva unica, ma allo stesso tempo molto limitante. Più uno schermo è grande e più ha risoluzione, meno il cervello riesce ad elaborare le informazioni che vengono proiettate.
Quando qualcuno dice che l’Odissea andrebbe visto solo in IMAX70mm per goderlo appieno, sta dicendo un’immensa castroneria. Paradossalmente, la fotografia, composizione e regia renderebbero meglio su un buono schermo 4k a 55 pollici sul divano di casa.
Ma l’intellettualoide non lo sa e continua a volare all’IMAX lo stesso.
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