Questo contenuto fa parte della rubrica Colate Detritiche, ed è stato originariamente inviato agli iscritti alla newsletter il 03/12/2025.
Vademecum per aspiranti Individui.
Non so se l’hai notato, ma viviamo in un mondo che ci obbliga a fare un sacco di cose. Forse il termine obbligare non è corretto; diciamo che la società ci “consiglia” di avere determinati comportamenti, con quel modo di fare passivo-aggressivo tipico di chi vuole convincerti a fare qualcosa senza prendersene la diretta responsabilità.
Questi comportamenti indotti occupano la quasi totalità del nostro tempo. Dobbiamo fare sport, dobbiamo fare vita sociale, dobbiamo leggere tot libri all’anno, ma anche leggere ogni giorno i quotidiani per rimanere sempre al passo con le ultime news. Dobbiamo andare al cinema perché sennò chiudono, ma anche alle mostre e ai musei delle nostre città (perché fanno cultura!). Dovremmo andare in montagna per staccare dalla vita frenetica della città e prendere contatto con la natura, ma anche fare volontariato perché questo paese ne ha bisogno e poi ti fa stare bene. Non dimentichiamoci la nostra sessione di meditazione giornaliera per diminuire lo stress, e prima di andare a dormire devi scrivere un diario per liberare la mente e le cattive vibes… ma poi, hai già cercato qualche offerta in qualche città per le vacanze di Natale? E poi bla, e anche bla bla bla…
Capire che cosa si vuole davvero essere da grandi.
Se dovessimo fare davvero tutto quello che la società ci impone non basterebbero giornate da settantadue ore. Ed è qui che sorge la domanda: tra tutto questo casino, cosa varrebbe davvero la pena di fare? A quali attività dedicarsi nelle 24 ore che l’universo ci ha concesso?
Essere già consapevoli che il nostro tempo è limitato e che bisogna scremare questo dannatissimo e infinito elenco di imposizioni sociali è già una mezza conquista. Perché, parafrasando Seneca, non è vero che il tempo è poco, è che ne sprechiamo troppo cercando di fare tutto, e male.
Va da sé che, per prima cosa, dobbiamo sapere che cosa vogliamo DAVVERO. Quel “davvero” non è lì a caso: quante volte ci incasiniamo la vita per compiacere i desideri degli altri invece che i nostri?
La differenza tra quello che vogliamo e quello di cui abbiamo bisogno.
Quando la Pixar faceva ancora storie memorabili (ossia un po’ di tempo fa) seguiva una piccola regola d’oro per i suoi finali. Il protaqonista, dopo aver fatto cose a destra e a manca per tutto il film cercando di soddisfare i propri desideri, nel climax finale scopriva che quello che davvero aveva BISOGNO per crescere era l’esatto opposto rispetto a quello che voleva di più al mondo. Molto probabilmente John Lasseter aveva sentito una volta il Dalai Lama dire “Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere talvolta un meraviglioso colpo di fortuna”. Questo piccolo trucco di sceneggiatura serve solo per ribadire che, a volte, soddisfare i propri desideri è ben lontano da quello che davvero avremmo bisogno per essere felici e appagati.
Una volta capito che cosa davvero si vuole diventare da grandi (che è la parte più difficile) tutto poi dovrebbe essere in discesa. Se voglio diventare il miglior fumettista della galassia non posso “sprecare” il mio tempo allenandomi per il torneo di Rocket League e facendo tour enogastronomici per cantine vinicole ogni weekend. Se voglio diventare uno dei migliori atleti di salto in lungo e andare alle prossime olimpiadi non posso starmene a casa a perdere tempo nel fare fumetti.
“La potenza è nulla senza il controllo”.
La parola chiave in questo caso è sacrificio: perché se, per crescere, bisogna dedicarsi solo a pochi segmenti senza sprecare il proprio tempo in cose lontane dal nostro obiettivo, bisogna avere anche il coraggio di lasciare fuori non solo il futile, ma anche il non strettamente necessario.
Il dedicarsi in attività specifiche cercando di migliorare in quell’ambito è parte del processo del Kaizen che abbiamo già affrontato nell’ultima newsletter. Perché non possiamo fare tutto e non possiamo diventare bravi in tutto. L’unica cosa che possiamo fare davvero è scegliere una via (il DO) e perseguirla fino in fondo. Ciò che facciamo con costanza – e ciò che deliberatamente scegliamo di ignorare – definisce chi siamo.
Cercare invece di fare un po’ di tutto senza mai alzare il livello, ma al contrario continuare a cambiare in base agli umori del momento o alle mode sociali, è una mano tesa alla mediocrità e all’anonimato. Gli psicologi americani hanno tentato di dare una dignità a queste persone chiamandole “multipotenziali”. In realtà un multipotenziale senza disciplina è come una Ferrari senza ruote. “La potenza è nulla senza il controllo“, diceva un famoso slogan pubblicitario.
Imparare a ignorare chi ci dice cosa dobbiamo fare.
Dedicarsi a un qualcosa con tanta dedizione non è affatto facile anche per un effetto collaterale secondario: il giudizio e l’accettazione sociale.
In moltissimi casi potremmo sapere benissimo quello che ci piace e vorremmo fare, solo che alle altre persone non interessa molto, oppure peggio, dimostrano ostilità.
L’accettazione sociale è sempre stata una delle grandi piaghe dell’umanità, ma in questi ultimi anni il giudizio altrui si è amplificato con l’avvento di internet e dei social media. Sono gli influencer a dire cosa dobbiamo fare, come dobbiamo vestirci, quale sport praticare e che serie tv dobbiamo vedere. Seguire i loro consigli e avere un comportamento da gregge ti porta ad avere sì molta riprova sociale (“Yeah, sei uno di noi!”), ma dall’altra declina inevitabilmente all’anonimato, al banale, all’insignificante.
Distinguersi dalla massa per definire chi siamo.
Per raggiungere certi obiettivi bisogna anche affrontare il disagio di fare qualcosa non condiviso dal mondo in cui viviamo. Per qualcuno essere anticonformisti crea ansia e panico: molto più utile unirsi alla folla, alzare le braccia in avanti e cantilenare “Imhotep! Imhotep!”. “Tu devi ottemperare!”, direbbe un drone Borg. E, come molte volte capitato sulla mia pelle, non “ottemperare” ti cataloga automaticamente come un reietto misantropo che non vuole fare parte di un gruppo sociale. Puoi essere il più figo del pulmino, ma se non hai visto l’ultima stagione di Stranger Things e ti rifiuti di farlo, stai in realtà rigettando l’appartenenza a un gruppo, non a un prodotto. L’Homo Herectus sarebbe fiero di questo.
Ma per altri, come il sottoscritto, fare qualcosa che la maggioranza non avrebbe il coraggio o la mentalità di fare è l’unica via per definirsi come Individuo. Pensare e agire fuori dagli schermi è anche il concetto de “La mucca Viola” in un mondo di vacche marroni, monumento al marketing di quel geniaccio di Seth Godin.
Non si può essere bravi in tutto.
Purtroppo, essere originali, avere idee fuori dall’ordinario o semplicemente avere il bisogno di esprimersi come individuo è visto ancora oggi come un comportamento eccentrico. Dedicarsi a qualcosa di rilevante per noi stessi ignorando i trend della massa pone il forte rischio di essere catalogati come misantropi, per non dire frasi più sgradevoli.
Eppure l’altro lato della medaglia non è così male: consapevolezza, personalità, diventare rilevanti in un argomento, responsabilità, voglia di mettersi in gioco…
Il prezzo per diventare individui non è basso, ma i vantaggi sono tantissimi. L’unica accortezza è di scegliere quale percorso affrontare a testa bassa con il poco tempo che abbiamo da spendere. D’altronde, non si può essere bravi in tutto.
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